Stefania Lamanna

Project Manager General Contractor

Un ricordo preciso di un giorno di molti anni fa, ero una bambina, facevo le elementari, stavamo cambiando casa e con papà e mamma andiamo dall’architetto e dall’arredatore. C’era anche mia sorella gemella.
Ricordo di aver visto questi disegni che mi avevano subito catturata, mi piacevano moltissimo, in quel momento credo di aver capito che avrei fatto l’architetto.
Dopo le medie avevo fatto il liceo scientifico, che prospettava più strade, e una volta diplomata mi ero iscritta al Politecnico di Milano, corso di architettura delle costruzioni, un percorso “misto” aperto sia alla laurea in architettura che in ingegneria. Mia sorella invece aveva scelto ingegneria gestionale.
Anni molto faticosi, non ho ricordi speciali, solo ore e ore di lezioni, studio e lavoro a ritmo serrato, niente tempi morti e le notti prima degli esami sempre con disegni e modelli da finire.

Più che la storia dell’architettura mi piaceva studiare statica. Tra i corsi a scelta, avevo fatto acustica e costruzioni in cemento armato e acciaio. Quando mi chiedevano di parlare di un edificio, preferivo spiegare le questioni tecniche inespresse nel disegno ma risolte nella realizzazione.
Dopo la laurea, questa mia predilezione per le cose che non si vedono nel disegno ma sono poi decisive in cantiere mi ha portato a lavorare negli uffici tecnici di un general contractor. Questa mia “introversione” di progetto mi rende poco loquace, devo conoscere le persone prima di prendere confidenza. Se all’università puoi scegliere con chi collaborare, nel lavoro ti devi per forza aprire, parlare con clienti e fornitori.

Lavoravo in un’azienda settore serramenti, quando un mio ex collega mi parla di Tecnomont. L’azienda mi sembra interessante, mando il curriculum e faccio un colloquio con Luca per la parte serramenti, poi Paolo mi dice che c’è bisogno nell’edile per i cantieri del bonus 110, mi chiede di provare e dico di sì. Alla fine non ho mai seguito il 110 ma le manutenzioni e i cantieri come proiect manager. Lavoro sulle ristrutturazioni uffici e commerciale, strip out e fit out e requisiti per certificazione LEED. Non progetti, ma realizzazioni.

L’unico progetto fatto interamente da me è stato quello dei nuovi uffici di Tecnomont edile. Ho progettato tutto, demolizioni, modifiche, coperture, bagni, macchine, impianti e CBC , un bel lavoro da zero a fine lavori.
In Tecnomont sono l’unico architetto interno, poi ci sono 2 geometri.
In cantiere nessuno mi chiama architetto, col cliente c’è confidenza, sono clienti fidelizzati, dialogo con i proiect manager del cliente e con la direzione lavori, sempre architetti, e spesso è più semplice che con il cliente.
Quando seguo il cantiere, mi relaziono con il capocantiere che sta sul posto, mentre io vado e vengo. Proiect manager donne sono pochissime, non ho mai visto una donna in cantiere, se non qualche restauratrice.

Il mondo dell’edilizia è forse l’ultimo ambiente di lavoro rimasto esclusiva maschile, in cantiere avverti la difficoltà quando si rivolgono a me, non sanno come comportarsi, non hanno la naturalezza del rapporto con il capo cantiere o il collega. Il cartongessista della grande azienda magari è già più abituato, il fabbro della valle fa più fatica. Anche la direzione lavori nutre a volte questa diffidenza di genere, la percepisci sottopelle, appena fai qualche annotazione si irrigidisce, ma se le stesse cose poi gliele spiega il capocantiere non ci sono problemi.
Ci vorrà ancora tempo.

C’è sempre un po’ di ansia e stress, ricordo ad esempio il cantiere all’interno della torre Unipol, tempi strettissimi, tassativi, eravamo già in ritardo, l’ultimo mese è stato un tour de force, un mezzo miracolo riuscire a incastrare tempi, persone e lavori. Anche se è tutto programmato, non sei mai tranquilla perché se qualcosa non funziona, salta tutta la catena.
Questo è la parte introversa del lavoro, che sta dietro la facciata.
Poi ci sarebbe tutta la parte delle soddisfazioni, dell’amore per questo lavoro e dell’orgoglio per quello che realizziamo, c’è tutto il capitolo silenzioso ma decisivo della parte emozionale dell’architettura/ingegneria. Ma per parlare di queste cose occorrerebbero molte ore, e molte altre pagine.